Nel gene Sammson il punto debole per sconfiggere il melanoma


08 aprile 2016 - 21:17Rassegna stampa


Dal "Dna spazzatura" le prospettive di una cura rivoluzionaria

È una possibile svolta nel trattamento del melanoma maligno, una neoplasia molto aggressiva la cui incidenza è più che raddoppiata negli ultimi 10 anni. Alla base c'è una nuova molecola identificata e caratterizzata da una giovane italiana, Eleonora Leucci, ricercatrice presso l'Istituto fiammingo per le biotecnologie «Vib» dell'Università di Leuven.

La scoperta del legame tra la molecola e il melanoma, che in Italia colpisce 100 mila persone l'anno ed è il terzo tumore più frequente al di sotto dei 50 anni, è stata descritta in uno studio appena apparso sulla rivista «Nature».

Il gene, battezzato «Sammson», appartiene alla categoria eterogenea dei lunghi Rna non-codificanti («long Rna»), prodotti da quella parte di Dna un tempo considerata inutile, tanto da essere chiamata «junk Dna» (spazzatura). A convincere i ricercatori di essere di fronte ad un importante indiziato nella carcinogenesi sono state proprio alcune caratteristiche di «Sammson», come l'essere specifico del tumore alla pelle, l'essere espresso nei tessuti del melanoma (in particolare nel 90% dei casi) e l'essere anche amplificato oppure presente in copie multiple in un caso su 10. E non da ultimo c'è il fatto che queste copie multiple si trovano in posizione adiacente ad un oncogene detto «Mitf», fondamentale nella proliferazione e nella differenziazione dei melanociti.

«Abbiamo sviluppato degli oligonucleotidi antisenso, vale a dire filamenti identici ma speculari rispetto al nostro "long Rna" e quindi in grado di legarsi a questo, degradandolo. Abbiamo quindi potuto vedere che la sua rimozione porta le cellule tumorali alla morte attraverso il collasso dei mitocondri, le centrali energetiche delle cellule», spiega a «Tuttoscienze» Leucci, prima autrice dello studio. Il meccanismo agisce sempre, indipendentemente dalle diverse mutazioni geniche che caratterizzano i melanomi e dallo stadio raggiunto.

I primi risultati dello studio si sono rivelati incoraggianti: «L'inibizione della molecola in cellule e in tumori provenienti da pazienti, poi trapiantati in animali da laboratorio, ha portato alla riduzione della crescita del tumore e poi alla distruzione delle sue cellule». Una tale specificità ha il vantaggio di risparmiare ai soggetti gli effetti tossici della chemioterapia e permette di intervenire anche negli stadi più avanzati per i quali, ad oggi, non esistono soluzioni terapeutiche efficaci.

I risultati dello studio, frutto di una collaborazione tra l'Istituto interuniversitario fiammingo per le biotecnologie «Vib» e le Università di Leuven e di Gent in Belgio, sono particolarmente promettenti anche perché aggirano la problematica della resistenza, caratteristica dell'immunoterapia e della cosiddetta «target therapy», che - pure a ragione - hanno suscitato di recente grandi entusiasmi nel trattamento dei melanomi.

Infatti, quasi la metà dei pazienti con questa neoplasia presenta una mutazione nel gene «Braf». «Al momento, la cura consiste nell'utilizzare un inibitore specifico proprio di "Braf" mutato, che agisce solo sulle cellule cancerose. Tuttavia, inevitabilmente, tutti i pazienti finiscono con lo sviluppare resistenza al trattamento». Il vantaggio di «Sammson», invece, è che potrebbe «essere sfruttato per curare il melanoma da solo, in combinazione con i farmaci inibitori del gene "Braf" mutato, e anche in cellule che hanno già sviluppato resistenza», aumentando così notevolmente il numero di casi trattabili.

La scoperta, infine, potrebbe costituire un importante test diagnostico: i primi studi sui pazienti, infatti, mostrano che è presente anche negli stadi iniziali del melanoma, prima che le cellule tumorali invadano gli strati più profondi dell'epidermide. «Ciò lo rende un potenziale marcatore precoce della malattia - spiega Leucci -: è in grado di individuarla prima che si diffonda e, dunque, quando è ancora operabile».

Inserito da segreteria SIDeMaST

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