Vitiligine, dalla dermoabrasione alla piperina


17 gennaio 2013 - 11:30Rassegna stampa


Nessuna cura, tante cure. Per 1 milione di persone in Italia, l'1% circa della popolazione nel resto del mondo è caccia continua alla cura per la vitiligine. Caccia che molto spesso parte da Internet. È sul web, infatti, che si diffonde ormai la gran parte delle notizie, delle speranze e delle leggende che fioriscono intorno a questa patologia. Un problema che oltre ai risvolti estetici, rappresenta un pensiero fisso, un duro colpo per la qualità della vita.

È ormai noto “il ruolo patogenetico di un meccanismo autoimmune o, in senso lato, infiammatorio – dice Mauro Picardo, direttore di Fisiopatologia Cutanea e Centro di Metabolomica dell'Istituto Dermatologico San Gallicano di Roma - nel determinare la comparsa delle lesioni”. Le evidenze sperimentali lo hanno appurato grazie alle più avanzate metodiche molecolari. Ma il “trigger”, l'innesco della reazione che scatena la vitiligine e dunque il vero bersaglio di una terapia definitiva ancora non si trova. “Ma è molto probabile che alla base di tutto il processo ci sia un difetto intrinseco dei melanociti, le cellule cutanee deputate a fornire il pigmento cutaneo”, afferma Picardo, che insieme al professore Alan Taieb di Bordeaux coordina la task Force Europea sulla Vitiligine (EVTF) che da 10 anni è una piattaforma comune per condividere esperienze cliniche e terapeutiche.

Le novità - Tra le prospettive terapeutiche più innovative si fa strada l'uso degli analoghi del melanocyte stimulating hormon (MSH), un fattore che viene prodotto dall’epidermide e che ha un ruolo fisiologico nell’induzione della pigmentazione. Al momento è in corso un trial multicentrico internazionale, a cui partecipa anche l’Istituto san Gallicano, sulla valutazione dell’efficacia di un analogo dell’ MSH.

Il punto sulla dermoabrasione

Ultimamente la ricerca applicata sta puntando molto sull’approccio terapeutico “chirurgico” della vitiligine. È il caso della dermoabrasione, un pratica che consente di “levigare” la pelle nell'area depigmentata, preparando la strada per l'applicazione di di melanociti o di foglietti di epidermide pigmentata “coltivati” in laboratorio. La metodica, ricorda Picardo, in particolare se prevede l’uso di cellule coltivare in laboratorio o di epidermide ricostituita, "deve seguire norme molto precise ed essere effettuata in centri autorizzati". Una tecnica che non va bene per tutti. “La dermoabrasione viene utilizzata, al momento in modo sperimentale, da alcuni gruppi in associazione a terapie topiche come il 5 fluoro uracile – spiega lo specialista - per trattare aree, come ad esempio le mani, particolarmente resistenti ai trattamenti comuni”. I risultati sono incoraggianti, ma anche in questo caso la corretta selezione dei pazienti è fondamentale. Per esempio, “i candidati con maggiore probabilità di un risultati positivi sono soggetti con malattia stabile da diverso tempo – precisa Picardo -, assenza del fenomeno di Koebner, modesta superficie corporea interessata per evitare al possibile riattivazione della patologia anche in sede di trapianto”.

Tra le “proposte” che si trovano in Rete, quella che attrae l'attenzione dei pazienti è costituita dalla piperina, molecola estratta dal pepe nero, che sembra avere delle proprietà utili a invertire il processo di depigmentazione. “Al momento non ci sono però studi clinici controllati che ne dimostrino l’efficacia – spiega Picardo -. I dati pubblicati nelle letteratura scientifica sono pochi e si riferiscono a studi in vitro”. Riferirsi a centri di dermatologia e consultare i proprio medico di fiducia è certamente il modo migliore per affrontare il problema. “Come norma generale è bene prestare molta attenzione nei confronti di prodotti di origine incerta propagandati come efficaci - sottolinea il medico - e che possono sfruttare il comprensibile desiderio delle persone affette da vitiligine di risolvere la loro patologia che ha indubbi risvolti sociali e relazionali”.

Il gold standard - Al momento la fototerapia resta ancora la tecnica più efficace. “La nuova visione è, però, di considerarla nell'ambito di una terapia combinata o sequenziale in cui in tempi diversi e successivi si mira a intervenire sulle diverse componenti della malattia: infiammazione, difetto di proliferazione, migrazione in maniera più specifica”, aggiunge lo specialista. “Risultati migliori si possono ottenere in alcuni casi abbinando alla fototerapia alcuni topici, come i corticosteroidi o gli immunomodulatori o antiossidanti per via sistemica”. Nuove evoluzioni della fototerapia sono l’utilizzo di strumenti che permettono l’irradiazione di parti limitate o l’uso del laser ad eccimeri. “In ambedue i casi si ha in genere una energia di emissione dei raggi UVB maggiore rispetto alle cabine o i pannelli tradizionali e si riesce a intervenire sulla zona interessata – spiega Picardo - diminuendo la iperpigmentazione della cute normale, evitando una marcata differenza cromatica tra la cute sana e quella interessata dalla vitiligine”.

Inserito da segreteria SIDeMaST

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