Scabbia a scuola, il rischio esiste ancora. Ecco le regole per evitarla


19 dicembre 2013 - 09:50Rassegna stampa


È la telefonata che non ti aspetti. Nella scuola di tuo figlio è stato scoperto un caso di scabbia. Scabbia? All'improvviso ti sembra di vivere in un romanzo di Charles Dickens. Ma non era scomparsa? A quanto pare , no: solo in Lombardia, nel 2012, sono stati segnalati quasi mille casi. Affidi a Google le tue ansie e scopri che non sei solo. Periodicamente si accendono focolai un po' ovunque: asili nido, scuole, residenze per anziani. Il periodo «clou» è proprio quello a cavallo tra autunno e inverno, quando i bambini tornano tra i banchi e si infilano indumenti più pesanti. Cosa fare allora per salvare letteralmente la pelle da questa malattia parassitaria? Prima regola, non farsi prendere dal panico: l'Asl e la scuola seguono procedure molto scrupolose per isolare i singoli casi e prevenire la diffusione del contagio. Ma se anche fosse troppo tardi e il parassita avesse deciso di fare una visitina a casa vostra, basta aguzzare la vista e rivolgersi tempestivamente al medico: i farmaci giusti e alcune semplici misure preventive permettono di sterminare ogni ospite indesiderato. In fondo, non siamo mica nell'Ottocento.

OCCHIO ALL'ACARO - Il nemico invisibile da battere si chiama Sarcoptes scabiei. «È un acaro grande poco meno di mezzo millimetro che da quasi quattro milioni di anni si è adattato a vivere all'interno della nostra pelle», spiega Carlo Gelmetti, responsabile dell'Unità di dermatologia pediatrica del Policlinico di Milano. «La femmina del parassita scava dei cunicoli nella pelle dell'uomo per deporre le uova che si schiudono in due o tre giorni dando origine alle larve. Tutti gli stadi successivi dello sviluppo fino al parassita maturo avvengono poi sulla superficie della pelle e ciò - aggiunge l'esperto - spiega l'estrema contagiosità della malattia». I tunnel scavati da queste "mamme-minatrici" formano delle piccole vescicole lineari difficili da vedere a occhio nudo.

«I sintomi - ricorda Gelmetti - si manifestano solo dopo un paio di settimane, quando compare un intenso prurito, specialmente notturno, accompagnato da papule eritematose che possono diffondersi in ogni regione del corpo: il volto in genere è indenne negli adulti, mentre può essere colpito insieme al cuoio capelluto nei neonati. Bisogna prestare molta attenzione, perché spesso questi segni vengono scambiati per altre malattie come l'eczema, e se le lesioni cutanee non vengono curate tempestivamente, rischiano di infettarsi».

COME SI TRASMETTE - Il contagio avviene in genere per contatto diretto e prolungato, pelle contro pelle, ma l'acaro della scabbia adora crogiolarsi anche tra lenzuola, cuscini e vestiti. Per questo motivo i luoghi in cui è più facile la trasmissione della malattia sono quelli affollati e ad alta promiscuità, ma anche la casa, gli asili e le residenze per anziani. «Gli anziani sono particolarmente a rischio perché possono essere infestati senza presentare particolari sintomi - sottolinea Gelmetti -. Si tratta spesso di persone non autosufficienti, sedate e poco sensibili al prurito, che magari non riescono neppure a grattarsi. Così l'ignaro personale sanitario che si avvicina per muoverli e assisterli rischia di essere contagiato se non usa tutti i dispositivi di protezione necessari». La questione dell'igiene merita un discorso a parte. È vero che uno scarso livello igienico rappresenta un importante fattore di rischio, ma non è sempre vera l'equazione scabbia uguale sporcizia: anche le persone più pulite possono venire a contatto con il parassita. Una corretta igiene della pelle può ridurre il numero di acari e di conseguenza i sintomi, ma per questo può addirittura rendere più difficile la diagnosi precoce.

COME SI SCOPRE - Se si sospetta di essere stati contagiati, la prima cosa da fare è aguzzare la vista. «Le lesioni hanno localizzazioni diverse a seconda dell'età del paziente», spiega Susanna Esposito, direttore dell'Unità di pediatria ad alta intensità di cura del Policlinico di Milano e presidente della Società Italiana di Infettivologia Pediatrica (Sitip). «Nei bambini sono spesso colpiti i palmi delle mani e le piante dei piedi, mentre negli adulti - prosegue - le lesioni compaiono soprattutto nelle regioni genitali. Nella donna possono interessare anche l'areola mammaria e il capezzolo». Questi indizi diventano una prova se poi il prurito tende a diffondersi tra chi vive sotto lo stesso tetto. La diagnosi viene infine accertata attraverso un esame microscopico di materiale grattato dalla cute del paziente, che rivela la presenza dell'acaro e delle sua uova.

COME SI CURA - Per debellare il fastidioso parassita basta ricorrere a pomate e trattamenti topici. Il rimedio più comune è la permetrina in crema al 5%, che va spalmata sulla pelle asciutta e poi rimossa (dopo 8-12 ore) con un bagno o una doccia. Il trattamento prevede un primo ciclo della durata di due giorni per uccidere gli acari adulti, e un secondo ciclo che va ripetuto a distanza di una settimana per uccidere le larve appena nate. Un altro rimedio è il benzoato di benzile al 10-20%, leggermente più irritante per la cute ma ad azione più rapida: basta applicarlo mattina e sera per tre giorni consecutivi lavandosi poi al quarto giorno. Per le prime 24 ore del trattamento è fondamentale che il paziente rimanga in isolamento, in modo da non diffondere il contagio. «I familiari e le persone che sono stati a stretto contatto con il malato devono essere sottoposte contemporaneamente allo stesso trattamento anche se non presentano sintomi - aggiunge Susanna Esposito -, mentre i soggetti a basso rischio, come i compagni di classe, vanno soltanto visitati e tenuti sotto sorveglianza».

VESTITI E LENZUOLA - Durante il trattamento, gli abiti (meglio se di cotone) devono essere cambiati tutti i giorni. «Una volta rimossi devono essere lavati ad almeno 60° - raccomanda Esposito - e i capi che non possono essere lavati vanno riposti in sacchetti di plastica, chiusi ermeticamente per almeno sette giorni, oppure possono essere messi nel congelatore per almeno 12 ore». Simile il destino per la biancheria del letto, che «deve essere cambiata dopo ogni trattamento, evitando di scuoterla per non diffondere gli acari». Infine, occhio anche a materassi e coperte di lana «che devono essere sottoposti all'attenzione degli esperti della Asl» conclude Esposito.

Inserito da segreteria SIDeMaST

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