Per il tumore che non lasciava scampo ora si spera nella guarigione


30 novembre 2014 - 00:33Rassegna stampa


Tanti diversi farmaci a disposizione che funzionano, anche meglio se combinati fra loro, nei pazienti con metastasi. E la sopravvivenza dei malati si allunga di anni

Con 12mila nuove diagnosi ogni anno in Italia, il melanoma, la forma più aggressiva di tumore della pelle, è in costante aumento. Circa un terzo dei pazienti ha meno di 50 anni quando scopre la malattia e in poco più del dieci per cento dei casi totali (all'incirca 1800 persone) la malattia viene scoperta quando è già in uno stadio avanzato e sono presenti metastasi in uno o più organi. «La situazione di questi pazienti è complicata - spiega Paolo Ascierto, oncologo della Fondazione Pascale Istituto Nazionale Tumori di Napoli -. Ma se fino a pochi anni fa non potevamo dare loro speranze, oggi la situazione si è completamente ribaltata e sono disponibili farmaci efficaci che ci fanno sperare di poterli guarire. Tanto che ci stiamo chiedendo, in determinati casi, se non sia il caso di sospendere le cure in atto da anni, senza che la malattia si ripresenti, e vedere se non sia possibile sottoporre i malati solo a dei controlli». Fondamentale, per avere possibilità di guarigione completa, è la diagnosi precoce: nei asimmetrici, con bordi frastagliati, con un colore strano o che cambia nel tempo, con dimensioni grandi e che crescono vanno subito sottoposti all'attenzione del dermatologo.

Le cure: prima la chirurgia, poi i farmaci, che possono essere mixati fra loro

La terapia adeguata per ogni singolo caso va individuata sulla base di alcuni parametri come la sede della lesione, lo stadio, l'età e lo stato di salute del paziente. Alla base delle cure c'è sempre l'asportazione chirurgica, la cui entità dipende dallo stadio del tumore, e a cui si può associare (se ritenuto necessario) la valutazione del "linfonodo sentinella", ovvero la prima ghiandola linfatica "in contatto" con il tumore che quindi riceve linfa ed eventuali cellule noeplastiche dalla lesione. Se il linfonodo sentinella mostra di contenere cellule cancerose vengono asportati tutti i linfonodi dell'area ed è molto probabile che il tumore abbia già dato luogo a metastasi, perché il melanoma si diffonde rapidamente. «Per questo - spiega Paola Queirolo, oncologa presso l'IRCCS San Martino Istituto Nazionale per la ricerca sul cancro di Genova e presidente di IMI (Intergruppo Melanoma Italiano) - i pazienti con linfonodi positivi (stadio III) vengono trattati anche con terapie mirate o radioterapia. I melanomi di stadio IV, poi, sono molto difficili da curare: anche in questo caso si procede comunque asportando chirurgicamente le metastasi operabili e fornendo una terapia di supporto con farmaci mirati o con la classica chemioterapia». I pazienti di stadio III e IV, data la gravità della malattia, possono essere trattati anche con fattori in grado di stimolare il sistema immunitario del paziente a reagire contro il tumore o, in caso di presenza di mutazioni del gene BRAF, con farmaci che inibiscono l'attività delle proteine "guidate" da questa mutazione. Infine, durante l'ultimo Congresso Europeo di Oncologia Medica 2014 (Esmo, tenutosi a Madsrid a settembre) è emerso che combinando alcune terapie fra loro si riescono ad ottenere risultati persino migliori: nel ridurre il rischio che il tumore progredisca, nell'allungare la a sopravvivenza generale e quella libera da progressione di malattia. «Le combinazioni di farmaci funzionano meglio perché vanno a colpire geni differenti o punti differenti della "catena" di trasformazione cancerosa delle cellule, come ad esempio BRAF o MEK - aggiunge Ascierto -. È un po' come accerchiare un nemico o colpirlo su più fronti, utilizzando armi differenti».

Una mutazione genetica presente nella metà dei pazienti metastatici

Dopo 30 anni senza novità significative l'anno di svolta, nella terapia del melanoma in fase avanzata, è il 2010 quando finalmente si registra con l'arrivo di ipilimumab un miglioramento della sopravvivenza dei pazienti metastatici, fino ad allora confinata a pochi mesi. Oggi, con lo stesso medicinale, le sperimentazioni dimostrano che si può arrivare anche a 10 anni dalla diagnosi e altri farmaci si sono rivelati efficaci in differenti sottogruppi di malati. Tra questi c'è dabrafenib, di cui si è parlato in un incontro recentemente organizzato a Milano, un inibitore del gene BRAF che codifica per una proteina mutata in un'elevata percentuale di pazienti con melanoma. E' proprio per questa alterazione genetica che le cellule tumorali si replicano più velocemente e soprattutto perdono il meccanismo dell'apoptosi, ovvero la morte cellulare programmata. Dabrafenib si lega alla proteina BRAF mutata inibendo l'esito della mutazione BRAF V600, che si osserva in circa il 50 per cento per cento dei casi di melanoma. «Per noi clinici si tratta di un'opportunità terapeutica importante nella lotta a una forma tumorale che, negli ultimi anni, ha visto sviluppare trattamenti che hanno modificato l'aspettativa di vita dei pazienti con melanoma avanzato - conclude Queirolo -. Con dabrafenib possiamo parlare di terapia personalizzata e offrire una cura ai pazienti che presentano la mutazione BRAF V600, tenendo sotto controllo la malattia anche dopo i tre anni di trattamento».

Inserito da segreteria SIDeMaST

La rassegna stampa contiene articoli di interesse dermatologico tratti da testate nazionali e non intende fornire una revisione critica né essere una fonte di notizie scientificamente validate. Si accettano (e sono bene graditi) commenti da parte dei soci esperti nel settore.

Lascia un commento sul sito e rispondi all'autore

I commenti sono soggetti a moderazione: non saranno pubblicati immediatamente ma dovranno essere approvati dalla segreteria.

Eventi SIDeMaST

Stato iscrizione