Nuovi farmaci contro il melanoma rallentano la progressione del tumore


08 giugno 2011 - 10:15Rassegna stampa


La «magic bullet» che i pazienti di tutto il mondo aspettano ancora non c'è, ma lo scenario della quarantasettesima edizione dell'Asco di Chicago è un carniere di piccole pallottole che non consentiranno forse di vincere la guerra, ma che aiuteranno molti malati a portare a casa piccole vittorie sulla loro personale battaglia. Tumori che hanno una forte prevalenza sulla popolazione, come quello al seno; che hanno prognosi infausta se non individuati precocemente, come il melanoma, e che invece riguardano piccolissime fette di pazienti, come la mielofibrosi.

Al più grande congresso americano di oncologia, che riunisce ogni anno circa trentamila oncologi di tutto il mondo, per ognuna di queste neoplasie sono stati presentati farmaci che migliorano la sopravvivenza e - non senza dubbi - farmaci che addirittura potrebbero prevenire il rischio di sviluppare un tumore diffuso come quello al seno.

Un trial canadese di fase tre in doppio cieco, per esempio, ha dimostrato come nelle donne in postmenopausa a rischio maggiore di sviluppare il tumore al seno per età (60 anni e più), genetica (casi familiari) e per un alto punteggio nelle scale normalmente utilizzate per il calcolo del rischio, un inibitore dell'aromatasi, l'exemestane, abbia ridotto il rischio del 65 per cento, confrontato ovviamente con il placebo.

Una notizia importante, ma il punto è un altro. La domanda che si fa Fran Visco, presidente della National Breast Cancer Coalition di Washington, è legata quanto meno al buon senso: è accettabile dare a donne che sono sì a rischio di sviluppare un tumore, ma che nei fatti non ce l'hanno e sono dunque sane, un farmaco che ha comunque effetti collaterali anche pesanti?

Passi avanti con farmaci nuovi anche per il melanoma, tumore della pelle che uccide ogni anno 37.000 persone nel mondo. L'Italia è il terzo paese, dopo Australia e Stati Uniti, per incidenza della malattia: 14,3 uomini e 13,6 donne su centomila abitanti per anno, con percentuale in aumento. All'Asco sono stati presentati (e resi disponibili sull'edizione on line del New England Journal of Medicine) da Paul Chapman, del Memorial Sloan Kettering Cancer di New York, i risultati dello studio BRIM3 di fase III che dimostrano come la molecola vemurafenib (di Roche) riduca del 63% il rischio di morte dei pazienti con melanoma metastatico con una mutazione particolare e diffusa (BRAF V600), riducendo anche del 74% il rischio di progressione della malattia.

Ed è sempre uno studio dello Sloan Kettering Cancer Center (l'autore è Jedd Wolchok, direttore dei trial immunoterapici) sul melanoma che dimostra come un farmaco immunoterapico di prima linea (l'ipilimumab, anticorpo monoclonale di Bristol-Myers Squibb) in aggiunta alla chemioterapia migliori (la media è di 11,2 mesi) la sopravvivenza di pazienti con melanoma metastatico. Questo farmaco agisce stimolando l'organismo a produrre da solo difese contro il tumore, individuando correttamente le cellule metastatiche per distruggerle. «Questo studio - spiega l'autore - è importante intanto perché copre tre anni, un intervallo significativo perché non c'è nessun trial clinico che ha seguito questi pazienti così a lungo, e poi perché dimostra un aumento della sopravvivenza».

In ultimo, e solo perché riguarda un numero limitato di pazienti (in Europa 0,75 su centomila abitanti), la mielofibrosi, tumore del sangue che provoca fibrosi del midollo osseo, ingrossamenti della milza, debilitazione, prurito notturno. Due studi di fase III presentati a Chicago dimostrano come INC424, farmaco in fase di registrazione di Novartis, riduca in modo significativo le dimensioni della milza (una riduzione di almeno il 35 per cento nel 28,5 dei pazienti contro lo zero delle limitate terapie attualmente a disposizione).

E sempre della stessa azienda farmaceutica il farmaco che ha una lunga storia di utilizzo nei tumori ematologici, l'imatinib, utilizzato da qualche anno anche per i Gist, i tumori stromali intestinali: un ampio studio di fase III dello Scandinavian Sarcoma Group - presentato alla sessione plenaria dell'Asco - mostra vantaggi importanti per i pazienti sottoposti a intervento chirurgico, sia nella sopravvivenza senza recidive che in quella globale dopo un trattamento di tre anni rispetto a un solo anno.

Nessuna arma globale contro il cancro, come è chiaro, ma tante piccole pallottole che, con strategie diverse, possono però allungare la vita di molti malati.

Inserito da segreteria SIDeMaST

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