Melanoma, con terapia locale ipilimumab raddoppia la sopravvivenza


04 agosto 2016 - 12:06Rassegna stampa


L'aggiunta a ipilimumab di trattamenti locali come la radioterapia e l'elettrochemioterapia raddoppia la sopravvivenza senza aumentare gli effetti collaterali immunocorrelati nei pazienti con melanoma cutaneo, secondo i risultati di uno studio retrospettivo pubblicato su Cancer Immunology Research e coordinato da Sebastian Theurich dell'Ospedale Universitario di Colonia, in Germania. Ipilimumab è un anticorpo monoclonale che lega la proteina CTLA-4 presente sulla superficie delle cellule T, bloccandone l'attività inibitoria, restituendo in tal modo alle cellule T la capacità di infiltrarsi nel tessuto tumorale distruggendolo. «L'immunoterapia con ipilimumab ha rivoluzionato il trattamento del melanoma maligno» riprendono gli autori, ricordando che circa il 20% dei pazienti trattati ottiene risposte durature, un grande passo avanti rispetto ai precedenti risultati con altre terapie.

«Tra le opzioni per aumentare ulteriormente la percentuale di pazienti che rispondono alla cura ci sono i trattamenti locali, usati finora a scopo palliativo» spiega Theurich, che assieme ai colleghi ha analizzato in modo retrospettivo i dati di 127 pazienti con melanoma maligno trattati in quattro centri oncologici in Germania e Svizzera. Di questi, 82 avevano ricevuto ipilimumab da solo mentre agli altri 45 il farmaco era stato somministrato in associazione a trattamenti locali. Ebbene, in quest'ultimo gruppo la sopravvivenza globale mediana è stata di 117 settimane rispetto alle 46 del gruppo trattato con la sola immunoterapia. «Risultati in linea con quelli riportati da uno studio statunitense svolto su 29 pazienti trattati con ipilimumab e radioterapia locale» riprende l'oncologo, che con i colleghi ha anche studiato il potenziale meccanismo immunologico alla base del vantaggio derivato dall'aggiunta dei trattamenti locali. Questi ultimi potrebbero avere un'azione attivante sulle cellule immunitarie mettendole in grado di attaccare il tumore anche in siti distanti, ipotizzano gli autori, precisando comunque che per confermare l'ipotesi servono studi prospettici su ampie casistiche.

Inserito da segreteria SIDeMaST

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