Il melanoma fa meno paura grazie a nuove cure e un mix fast&furious


07 luglio 2016 - 08:33Rassegna stampa


È il tumore che ha aperto la strada all'immunoterapia e oggi dimostra che combinare i farmaci è la strategia vincente. E quando l'immunoncologia funziona, lo fa per anni

Oltre undicimila italiani nel 2015 si sono ammalati di melanoma, il più pericoloso tumore della pelle, che fa però sempre meno paura grazie ai molti progressi fatti nelle terapie negli ultimi anni. In particolare questa forma di cancro ha rappresentato l'apripista delle sperimentazioni sull'immunoterapia, che oggi è considerata la nuova frontiera dell'oncologia e alla quale ampio spazio è stato dedicato durante l'ultimo convegno della Società Americana di Oncologia Clinica (Asco), tenutosi nelle scorse settimane a Chicago.

Combinare i farmaci è la strategia vincente

Nel 2010 erano stati presentati a Chicago i dati relativi alle sperimentazioni con ipilimumab, allora salutato dagli esperti come «il primo passo avanti contro il melanoma dopo trent'anni». Oggi questa neoplasia si conferma la miglior "palestra" d'allenamento dell'immunoterapia (la quarta arma oggi disponibile nella lotta al cancro accanto a chirurgia, chemioterapia e radioterapia), il cui obiettivo non è distruggere le cellule tumorali (come fanno la chemioterapia o i farmaci a bersaglio molecolare) bensì riattivare le difese immunitarie dell'organismo contro i tumori. «In particolare appare chiaro che le combinazioni di diversi farmaci funzionano meglio che gli stessi medicinali presi singolarmente - spiega Paolo Ascierto, direttore dell'Oncologia all'Istituto Tumori Pascale di Napoli e coordinatore della sessione sul melanoma durante i lavoro del convegno americano -. E se anche in questo modo cresce la tossicità, abbiamo imparato a maneggiarla, in modo tale che i pazienti riescano a trarre il maggior beneficio possibile».

Un mix di cure veloce e impetuoso

Nello specifico, secondo i dati di una sperimentazione presentata all'Asco, l'associazione di nivolumab e ipilimumab ha permesso di ottenere una riduzione notevole del volume del tumore, una sopravvivenza libera da progressione di malattia significativamente più lunga e un numero complessivo maggiore di risposte fra i malati. Lo studio (di fase III) ha coinvolto 945 pazienti e «la combinazione dei due immunoterapici si è rivelata "fast&furious" - continua Ascierto, che è anche presidente della Fondazione Melanoma -. Ovvero, per citare il titolo della nota saga di film sulle corse automobilistiche, questa strategia agisce contro la malattia in modo veloce e impetuoso. È questa la strada da seguire per rendere il melanoma una malattia cronica, con cui il paziente può convivere tutta la vita. E sebbene raddoppiare i medicinali significhi spesso avere pure maggiori effetti collaterali anche importanti (problemi cutanei, colite, diarrea, epatite autoimmune, polmonite, per esempio), abbiamo imparato a conoscerli e gestirli, rendendo la cura ben tollerabile per i malati».

Immunoterapia di «lunga durata»

Con circa 11.300 nuove diagnosi ogni anno in Italia, il melanoma è in costante aumento. Quasi un terzo dei pazienti ha meno di 50 anni quando scopre la malattia e in poco più del dieci per cento dei casi la malattia viene scoperta quando è già in uno stadio avanzato e sono presenti metastasi in uno o più organi. «La situazione di questi pazienti è complicata - aggiunge Michele Maio, direttore dell'Unità di Immunoterapia Oncologica dell'Azienda Ospedaliera Universitaria Senese e presidente della Fondazione NIBIT, Network Italiano per la Bioterapia dei Tumori -. Ma se fino a pochi anni fa potevamo dare loro ben poche speranze, oggi la situazione si è completamente ribaltata e abbiamo diversi nuovi farmaci che ci permettono di prolungare la sopravvivenza dei pazienti anche di anni». A tal proposito, uno studio presentato all'Asco ha messo in luce come il 55 per cento dei pazienti colpiti da melanoma metastatico o non operabile trattati con un'altra molecola immunoterapica (pembrolizumab) sia vivo a 24 mesi dall'inizio del trattamento e il 40 per cento resti in vita a distanza di tre anni. «Oltre all'efficacia dei "mix" di farmaci, questo è un altro tratto che appare ormai certo dell'immunoterapia - spiega Maio -: quando funziona lo fa per tempi lunghi. È quindi molto probabile che i pazienti che sopravvivono a 2 o 3 anni saranno vivi pure a 5 o 10 e che riusciremo quindi ad allungare significativamente la vita anche dei malati che non guariscono».

Inserito da segreteria SIDeMaST

La rassegna stampa contiene articoli di interesse dermatologico tratti da testate nazionali e non intende fornire una revisione critica né essere una fonte di notizie scientificamente validate. Si accettano (e sono bene graditi) commenti da parte dei soci esperti nel settore.

Approfondimenti

FonteCorriere della Sera
AutoriVera Martinella
Link fonteLink articolo originale
Argomenti correlati

Lascia un commento sul sito e rispondi all'autore

I commenti sono soggetti a moderazione: non saranno pubblicati immediatamente ma dovranno essere approvati dalla segreteria.

Eventi SIDeMaST

Stato iscrizione