Il giudice rende milionaria la dottoressa anti-botox


19 maggio 2010 - 15:43Rassegna stampa


La dottoressa Sharla Helton, 48 anni, americana di Oklahoma City, medicalmente non è una sprovveduta. È ginecologa e direttore del Lakeside Women's Hospital, ma come tutte le «anta» è indispettita per quel cipiglietto - rughe glabellari - che le stropiccia lo sguardo. Nel 2006 si fa iniettare del botox, che le distende la fronte. Ma le fa anche dell'altro. Sharla comincia a vedere male (diplopia), non riesce a respirare. Braccia, mani e piedi sono indolenziti. Fatica ad alzarsi dal letto, non cammina, si sente debole. Finisce per perdere il lavoro. In quel tempo libero non previsto si sottopone ad accertamenti che confermano i suoi sospetti: botulismo. Ma il botox non dovrebbe causare botulismo. Il foglietto illustrativo non contempla questo rischio.

Sharla contatta un legale, il texano Ray Chester, tra i massimi esperti in materia. Non è la prima volta che Chester sfida Allergan, colosso farmaceutico che produce il botox. Finora non l'ha mai spuntata, ma stavolta stravince. L'11 maggio, in meno di un mese, il processo arriva a verdetto. I giurati condannano Allergan per «negligenza »: in sostanza per non aver rivelato tutti i rischi connessi all'uso estetico del botox. E ordina un risarcimento stellare: 15 milioni di dollari.

Allergan annuncia il ricorso in appello: il botox non causa botulismo, dicono i suoi portavoce, e la sentenza è «incompatibile con tutte le evidenze mediche e scientifiche sul farmaco». Chester insiste: «Ora è chiaro: si deve andare molto cauti nell'uso del botox. Chi ha avuto problemi finalmente avrà il coraggio di parlarne». Grande soddisfazione per il legale, da poco sconfitto nella causa intentata da Dee Spears, madre della piccola Kristen, bimba cerebrolesa di 7 anni morta nel 2007 dopo alcune iniezioni di botox: il farmaco è in uso anche per il trattamento della spasticità. Come contromossa di fronte al dilagare delle cause, Allergan oggi chiede alla donna il risarcimento delle spese legali per 460 mila dollari. Decisivi nella sentenza di Oklahoma City, oltre alla probità della dottoressa Helton, definita «cittadina modello, medico fantastico, super-moglie e mamma », alcuni documenti in cui Allergan suggerisce ai medici di parlare ai pazienti del botox come di una proteina purificata: «Non dite che è un veleno».

Commenta il dermatologo milanese Antonino Di Pietro: «Da troppi anni la tossina botulinica viene propagandata come sostanza assolutamente sicura. Ma un farmaco non è mai privo di rischi. E se può essere utile per alcune patologie, non va proposto con leggerezza per l'uso estetico». In altri documenti prodotti dall'avvocato Chester si evidenzia che alcuni «istruttori » del botox antirughe incoraggiano a un uso «off label»: dosaggi più che doppi rispetto a quelli (20 unità) autorizzati dal Food and Drug Administration, e siti di iniezione diversi dall'unico ammesso, le rughette tra le sopracciglia.

Ora il legale si sta preparando a una nuova sfida. In autunno a Santa Ana, Texas, si occuperà di Sondra Bryant, infermiera 70enne morta dopo (secondo la famiglia, a causa di) alcune iniezioni di botox come trattamento per i dolori al collo. La sentenza di Oklahoma City segna per la prima volta un punto a favore dei detrattori del botox estetico, business globale da 1,3 miliardi di dollari.

Gli studi dell'italiano Matteo Caleo, ricercatore al Cnr di Pisa, hanno dimostrato che la tossina può migrare dal punto di iniezione fino al cervello. Anche i medici estetici che ne fanno uso oggi devono ammettere questa possibilità: ma con effetti, a loro dire, che alle dosi indicate sono clinicamente irrilevanti. Per i casi clinicamente rilevanti, quindi, per tutti quelli che si sentono male dopo l'iniezioncina-disturbi della vista, problemi respiratori e muscolari, emicrania, difficoltà di deglutizione, spasmi dolorosi, ansia, astenia, ecc.-non resta che il self-help sui blog.

«Gli effetti collaterali dei farmaci - dice ancora Di Pietro - sono rari finché restano sommersi e non vengono quantificati seriamente». Da tempo anche nella comunità medica italiana girano voci di casi di gravi patologie seguite a iniezioni di tossina botulinica. Ma nessuno ha voglia di parlarne. Intanto il nostro Codacons, associazione per la difesa dei consumatori, chiede accertamenti al Ministero della Salute. Forse la sentenza sulle iniezioni di Oklahoma City un po' di coraggio lo inietterà.

Inserito da segreteria SIDeMaST

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