Esperti nella riparazione di ferite, piaghe e ulcere riuniti a Roma al VI Congresso CO.R.Te


11 marzo 2016 - 07:50Rassegna stampa


La riparazione di ferite, piaghe e ulcere. Di questo, in estrema sintesi, si occupa uno dei più grandi eventi italiani del settore, ovvero il VI Congresso CO.R.Te (Conferenza Italiana per lo studio e la Ricerca delle Ulcere, Piaghe, Ferite e Riparazioni tessutali) organizzato da Niccolò Scuderi, ordinario di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva dell'Università La Sapienza, e che si tiene a Roma dal 9 all'11 marzo. «L'evento riunisce vari specialisti del settore, chirurghi plastici ma non solo, con un punto di connessione rappresentato dalla difficoltà di guarigione di una ferita chirurgica, di riparazione di un'ulcera cronica in un paziente diabetico o di un'ulcera vascolare in un problema di vascolarizzazione per arteriopatie degli arti inferiori» spiega Alessandro Scalise, ricercatore della Clinica di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva e Responsabile del Centro di Riferimento Regionale Ferite Difficili dell'Azienda Ospedali Riuniti di Ancona, Università Politecnica delle Marche.

«La ferita rappresenta il processo fisiologico di riparazione del tessuto, l'ulcera invece è il risultato di un blocco dello stesso processo per difficoltà a riparare (no healing)» ricorda Scalise «e questo per vari motivi: per esempio il fondo della ferita non è essudante o il fondo della lesione ha poco sangue che arriva attraverso apporti arteriosi o venosi non sufficienti oppure per predisposizioni legate a malattie particolari che non permettono la riparazione. L'ulcera è dunque una sorta di cronicizzazione della ferita». Scalise è autore di un recente volume "Lesioni cutanee croniche - Gestione e Trattamento", pubblicato da Edra, dove un'ampia sezione è dedicata alla preparazione del fondo di lesione «che in effetti è la parte centrale del nostro lavoro» conferma il chirurgo. «Una volta definito il motivo specifico per cui la lesione non ripara, avendo sufficienti cognizioni scientifiche si può definire un protocollo terapeutico secondo una sequenza precisa temporale di azioni. Quindi il punto centrale è: saper osservare la lesione, eventualmente gestire la diagnostica che serve a capire ulteriormente 'ciò che l'occhio non vedè e quali sono i motivi per cui una lesione non ripara in queste situazioni, per poi dare una soluzione al paziente». Tra quelle più efficaci individuate vi sono le tecniche a pressione negativa (Npwt), ben descritte nel volume di Scalise e oggetto di una sua relazione a Roma. «Sottoponendo con specifiche apparecchiature la ferita o la lesione o qualsiasi ferita preventivamente sotto pressione negativa (di circa 120-125 mmHg) si unisce all'azione meccanica una sorta di potenza di rigenerazione dei vasi sanguigni in quanto si riescono a spostare dai bordi sani di una lesione cellule progenitrici di vasi sanguigni (e se non c'è sangue la ferita diventerà un'ulcera e non riparerà)» afferma Scalise. «Si è scoperto poi che si innescano meccanismi molto complessi per cui il blocco è anche biochimico o addirittura molecolare. La pressione negativa, cioè, riesce ad attivare gran parte di questi meccanismi bloccati grazie fondamentalmente alla sua forza meccanica sul fondo ma anche grazie a vari materiali di medicazione posti sul fondo per far ricrescere il tessuto».

Ci sono poche controindicazioni: «la pressione negativa non andrebbe applicata su ferite francamente infette, né la macchina va collegata a organi parenchimatosi o cavi che possono sanguinare o a processi con caratteristiche di un tumore. A parte questo, la macchina tende a funzionare in quasi tutte le situazioni e ha grosso successo anche in ortopedia o in chirurgia cardiaca». Al centro dei processo di preparazione del fondo, come ben rappresentato in uno schema del volume di Scalise, c'è il debridement. «Si tratta della parte iniziale e fondamentale della preparazione del fondo» afferma Scalise «e consiste nel pulire la ferite, per eliminare le cause che portano al blocco riparativo. Non si tratta semplicemente di asportare tessuti ma consiste nell'utilizzare agenti, macchine e la chirurgia per eliminare parte di essi allo scopo di amplificare l'azione di altre quote di tessuto. Occorre eliminare tessuti necrotici o che stanno tendendo alla necrosi, ma risparmiare il cosiddetto tessuto grigio che può diventare tessuto vitale: su questi aspetti spesso si fa la differenza nella fase dell'azione». Il volume di Scalise, che si occupa di questi complessi argomenti, sta avendo molto successo tra gli addetti. «Sono molti anni che lavoro in questo campo e avevo notato che mancava un testo di riferimento aggiornato in Italia: un'esigenza sentita sia dai medici sia dagli infermieri e da tutto l'ampio mondo professionale che si occupa di queste lesioni» spiega l'autore. «Il libro è stato quindi lo sforzo di creare una sintesi aggiornata (con una bibliografia aggiornata a un mese prima dell'uscita), fruibile in modo rapido (ricco di schemi, foto, take-home messages, box di sintesi), leggibile da tutte le classi sanitarie coinvolte». Del resto, nota ancora l'esperto, il tema è attuale perché si tratta di una patologia in crescita esponenziale (si stima che interessi, direttamente o indirettamente, l'1% della popolazione italiana, con bisogno di un accompagno familiare e grossi problemi di cura). «Un modello riconosciuto di riferimento quale quello presente nelle Marche (ma anche in altre regioni italiane, come Emilia-Romagna, Piemonte, Veneto, Lombardia) è basato su una struttura piramidale» osserva infine Scalise. «Il medico di famiglia mette in atto una cura domiciliare che, se non procede bene, prevede il trasferimento del paziente a una struttura di secondo livello ed, eventualmente, di terzo livello per i casi più complessi e complicati».

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