«Drogati» di abbronzatura: gli Usa scoprono una nuova malattia


18 settembre 2010 - 12:20Rassegna stampa


Drogati di abbronzatura, o tanoressici. Dopo le sigarette e il cibo spazzatura, negli Stati Uniti è scattata una nuova sfida di sanità pubblica. Quella della prevenzione dei tumori della pelle, melanoma per primo (50.000 morti all'anno in tutto il mondo), non più indotti dal sole ma dall'abbronzatura compulsiva, artificiale, mantenuta tutto l'anno grazie ai tanning salons (i centri specializzati o solarium). Circa 30 milioni di americani, il 10 per cento della popolazione, li frequentano. Un adolescente su quattro. Addirittura d'estate, addirittura mentre si è in vacanza al mare. Ogni giorno il lettino abbronzante viene utilizzato almeno un milione di volte. E un terzo delle adolescenti americane a 19 anni avrebbe già fatto minimo tre lampade. I giornali, anche quelli liceali, sono pieni di pubblicità di tanning salons.

Dermatologi e psichiatri sono in allarme, da quando nel 2005-2006 furono scoperti, e studiati, i primi bronzeo-dipendenti. Oggi sarebbero circa sei milioni i «malati» nei soli Stati Uniti. Di quale patologia? I tabloid, prima dei medici, l'hanno chiamata tanorexia, tanoressia in italiano. In realtà, sarebbe più corretto tanimia (fame di abbronzatura): esagerata compulsione ad esporsi agli ultravioletti «freddi», quelli da lampada. Se l'anoressico non si vede mai abbastanza magro, il tanoressico ritiene di non essere mai sufficientemente abbronzato. Fino alla dipendenza. E alla crisi di astinenza (tanning addiction) in assenza di «bagni» abbronzanti: nausea, vomito, febbricola, dolori. Insomma, come quando si disintossica chi fa uso di sostanze oppiacee. Una dipendenza che si manifesta sfidando tumori (il 75% di rischio in più a partire dai 35 anni in chi abusa dei lettini) e la certezza di rughe precoci. Al contrario, è ancora esigua nel mondo la schiera dei visi pallidi, dei sempre protetti dagli ultravioletti, dei cultori di una carnagione che ricorda lontane nobiltà, anche mediterranee, in cui il pallore caratterizzava l'aristocrazia femminile e l'abbronzatura quella maschile. Questa si è moda emergente, ricerca di bellezza salutista. L'abbronzatura artificiale, invece, non sembra proprio sinonimo di salute.

Come si comporta un tanoressico? D'estate tende a prolungare l'esposizione al sole per oltre 6 ore (anche in quelle più a rischio: 11-18) aggiungendovi anche un po' di lampada, a cui ricorre poi durante tutto il resto dell'anno. Un tanoressico su 3, inoltre, considera esagerati gli allarmi lanciati dagli esperti. E uno su 4 ritiene che l'esposizione alle lampade non costituisca rischi. Il 20% di questi ultravioletti-dipendenti accetta l'aumento delle rughe, il 17% anche rischi maggiori. Negli Stati Uniti, la battaglia ai centri per l'abbronzatura artificiale è partita: da luglio c'è una tassa-salute (del 10% per ogni trattamento), un disegno di legge è in discussione al Congresso per regole più rigide e divieti a tutela della salute (non più di 20 minuti di esposizione e lettini vietati fino ai 18 anni, come richiede l'Oms). Anche l'Agenzia federale del farmaco (Fda) sta per esprimere un parere definitivo sulla sicurezza di queste apparecchiature. Ci sarebbe correlazione tra l'esposizione agli Uv artificiali e la maggiore frequenza di melanomi e carcinomi cutanei. Già nel 2006 l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) aveva classificato i lettini abbronzanti come carcinogeni di tipo I. Ed ecco, sull'ultimo New England Journal of Medicine (6 settembre), una possibile spiegazione della dipendenza correlata alla maggiore produzione di melanina.

Una forte e ripetuta irradiazione con ultravioletti da lampade artificiali (in prevalenza di tipo A, detti freddi rispetto agli Uv di tipo B, più naturali e detti caldi), può danneggiare il Dna dei cheratinociti (le cellule che producono cheratina) e aumentare di molto il numero dei melanociti (le cellule che producono melanina) e di beta-endorfine. Ormoni morfino-simili che agiscono sull'umore, sul senso di soddisfazione: la loro mancanza, o riduzione, provoca un senso di privazione. «Ecco perché si crea la dipendenza», dice Andrea Peracino, della Fondazione Giovanni Lorenzini. E in Italia? Matteo Cagnoni, direttore dell'Istituto di ricerca di dermatologia globale a Ravenna, è uno dei primo studiosi della tanoressia. Ha commissionato una ricerca su 4 mila persone, scoprendo che questa «malattia» riguarda circa il 20% degli italiani tra i 25 e i 54 anni, in leggera prevalenza donne, e soprattutto al Nord.

Inserito da segreteria SIDeMaST

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