Cheratosi attinica per 400mila italiani: ecco perché è impossibile prevedere chi è a rischio di cancro


17 ottobre 2016 - 16:12Rassegna stampa


Piccole lesioni sulla pelle che possono assumere forme e colorazioni diverse, ruvide al tatto e ricoperte da squame, con dimensioni che variano da pochi millimetri fino a 6 centimetri di diametro. La cheratosi attinica è una malattia nota fin dalla fine dell'Ottocento, ma a lungo è stata sottovalutata e, di conseguenza, sottostimata. Tanto che non è noto con chiarezza quanti italiani ne soffrano, ma secondo le stime più recenti meno della metà dei pazienti riceve una diagnosi, mentre la cheratosi solare o senile (come viene anche comunemente chiamata) interesserebbe quasi mezzo milione di connazionali. L'esposizione continua e senza protezione ai raggi UV è il principale fattore di rischio e se in molti casi è poco più che un disturbo, può anche essere pericolosa e trasformarsi in cancro. Infatti, circa il 60 per cento dei casi il carcinoma cutaneo a cellule squamose si forma a partire da una cheratosi attinica e questa patologia della cute è stata recentemente inclusa dal Ministero della Salute tra i tumori della pelle.

Bisogna trattare subito

«La progressione della malattia non è prevedibile, per questo diagnosi precoce e trattamento tempestivo sono fondamentali - spiega Ketty Peris, Direttore dell'Istituto di Dermatologia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, durante il convegno Derm in Mind 2016, che ha riunito oltre 250 esperti e si chiude oggi a Roma -. La cheratosi attinica può presentarsi come una lesione unica ma, più frequentemente, sono visibili lesioni multiple, localizzate in sedi esposte ai raggi solari come il volto, il cuoio capelluto, le braccia e il dorso delle mani. Le linee guida nazionali e internazionali consigliano di trattare sempre tutte le cheratosi attiniche perché è impossibile prevedere se e quali possono trasformarsi in carcinoma squamocellulare di tipo invasivo.

Attualmente disponiamo di numerosi approcci terapeutici mirati sia alla lesione singola che a quelle multiple, tutti dotati di buona efficacia e tollerabilità, la cui scelta varia in relazione alle caratteristiche delle lesioni e alle condizioni del paziente». In Italia si calcola che almeno 400mila persone presentino lesioni da cheratosi attinica: l'1,4 per cento della popolazione sopra i 45 anni, ma la quota sale al 3 per cento negli ultra70enni. Di questi, solo il 44 per cento ha avuto una diagnosi e per almeno un quarto dei pazienti diagnosticati i medici non ritengono necessario un trattamento, che risulta essere invece di estrema importanza vista la potenziale pericolosità della cheratosi.

I più colpiti: maschi over 60 con lesioni testa-collo

«I tassi di prevalenza della cheratosi attinica riportati in Italia così come negli altri Paesi sono estremamente eterogeni e sicuramente sottostimati - dice Maria Concetta Fargnoli, professore associato di Dermatologia all'Università degli Studi dell'Aquila -. Il problema principale è la mancata registrazione delle cheratosi attiniche nei registri tumori sia in Italia che all'estero. Abbiamo effettuato una raccolta retrospettiva di dati sulla frequenza della malattia in pazienti di età superiore a 30 anni in un periodo di 3 mesi consecutivi (dicembre 2014 - febbraio 2015) che hanno avuto accesso a 24 centri di Dermatologia italiani.

Le cheratosi attiniche sono state diagnosticate nel 27 per cento dei pazienti, prevalentemente di sesso maschile ed età maggiore di 60 anni, localizzate alla regione testa-collo nell'80 per cento delle persone e nel 55 per cento dei casi erano presenti in numero inferiore a 5». La cheratosi si presenta con macchie piatte o placche ruvide e squamose oppure placche squamose spesse, con un colore variabile dal roseo-rosso al giallastro-bruno, che interessano soprattutto viso, dorso delle mani e braccia. Le dimensioni vanno da 2 a 6 millimetri, ma in certi casi possono raggiungere i 6 centimetri di diametro. In generale le lesioni non sono accompagnate da altri sintomi, talvolta però possono causare prurito, bruciore, sensibilità alla palpazione o dare la sensazione di avere una scheggia nella pelle. Raramente possono sanguinare o provocare dolore.

Più a rischio chi trascorre tante ore all'aria aperta

«Sappiamo - prosegue Peris - che le lesioni si sviluppano come conseguenza di un'esposizione prolungata ai raggi ultravioletti. Più che all'avanzare dell'età, sono quindi legate all'effetto cumulativo dell'esposizione alle radiazioni solari o ad altre fonti UV come i lettini abbronzanti. Le principali regole di prevenzione sono quindi rappresentate dalla protezione delle zone esposte con creme solari e con vestiti».

Le probabilità di sviluppare la malattia dipendono sia dalle condizioni ambientali che genetiche. «L'intensità e la quantità di raggi solari assorbiti svolgono un ruolo importante - chiarisce Giuseppe Monfrecola, professore ordinario di Dermatologia all'Università Federico II di Napoli -: non a caso i lavoratori all'aperto (come muratori, contadini, pescatori e marinai) sono i più a rischio, insieme a chi per passione trascorre molto tempo al sole (velisti, maestri di tennis, golfisti, sciatori e surfisti, per esempio). Ma influiscono anche condizioni genetiche, ad esempio le persone con pelle chiara, capelli rossi ed efelidi sono più a rischio, così come gli individui immunodepressi per diverse ragioni».Contano poi la storia personale (pregresse scottature solari specie prima dei 20 anni, tumori maligni cutanei) e quella familiare (altri casi di tumori cutanei maligni).

Diverse le terapie a disposizione

«Uno studio recente ha dimostrato che le cheratosi attiniche di grado I possono evolvere in una forma invasiva di carcinoma squamocellulare più frequentemente rispetto a quelle di grado II e III, caratterizzate da una maggiore atipia istologica, quindi è molto importante trattare anche le lesioni precoci - aggiunge Fargnoli -. Sono disponibili oggi molti trattamenti che garantiscono un ottimo risultato terapeutico e cosmetico. Possono essere mirati alla lesione, indirizzati cioè verso una o poche lesioni visibili clinicamente, oppure diretti contro il "campo di cancerizzazione", usati per trattare allo stesso tempo le lesioni clinicamente evidenti e la cute fotodanneggiata circostante».

In sostanza, le terapie sono di tre tipi: fisiche (crioterapia, laser terapia, diatermocoagulazione, escissione chirurgica, curettage), topiche (peeling chimico con diclofenac sodico gel applicato due volte al giorno per almeno 60-90 giorni; imiquimod crema applicato tre volte a settimana per 4-8 settimane) e fotodinamica o PDT (rivolta sia al "campo" che alle singole lesioni) effettuata tramite un agente fotosensibilizzante.

«Terapie come diclofenac sodico in acido ialuronico permettono di trattare le lesioni della pelle in modo efficace - conclude Peris -. In un recente studio registrativo, i pazienti, dopo un solo ciclo di terapia di 90 giorni, hanno mostrato una riduzione delle lesioni del 75 per cento. Il farmaco, infatti, inibisce il processo infiammatorio e la proliferazione tumorale e induce l'apoptosi, cioè la morte cellulare. Inoltre, poiché la causa della lesione risiede nell'esposizione ai raggi solari, l'acido ialuronico che ha proprietà antiossidanti è molto efficace, oltre a potenziare l'azione di diclofenac».

Inserito da segreteria SIDeMaST

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