Psoriasi, i linfociti impazziti che scheggiano la pelle


18 aprile 2017 - 16:36Rassegna stampa


Sono tanti, 125 milioni in tutto il mondo, circa 2 milioni e mezzo in Italia. Giovani e adulti, uomini e donne, che vivono col disagio; malati di psoriasi colpiti da placche, chiazze arrossate di pelle ispessita, che spesso si squamano. Le lesioni a volte imbarazzano, ma sempre danno fastidio: prudono, sono sensibili allo sfregamento, possono addirittura provocare dolore. Per fortuna la maggioranza dei pazienti è affetta da una forma lieve della malattia, ma per tutti vale il monito che arriva dai ricercatori dell'Università dell'Illinois: chi ne soffre ha un rischio maggiore di sviluppare alcuni tumori, come quelli del sangue o il melanoma. Lo studio che lo dimostra, da poco pubblicato sul Journal of the American Academy of Dermatology, se da una parte rassicura sul fatto che i trattamenti usati non influiscono su questo aumento di rischio, dall'altra pone l'attenzione sul fatto che la psoriasi è una condizione più complessa di quello che si è pensato finora.

«Negli ultimi 20 anni c'è stata una rivoluzione: abbiamo capito meglio il meccanismo immunologico che è alla base della psoriasi - quello per cui si generano segnali difettosi che portano a una produzione eccessiva di cellule della pelle - abbiamo quindi individuato bersagli da colpire, ma anche compreso che la malattia può essere un campanello di allarme per lo sviluppo di altre condizioni, come il diabete e le malattie cardiache», spiega Steven Paul Nisticò, professore di dermatologia all'Università Magna Grecia di Catanzaro. E la nuova consapevolezza ha portato a un fiorire di studi: «studiare la pelle ci dà l'opportunità di guardare dentro il corpo», ha dichiarato Joel Gelfand, dell'Università della Pennsylvania intervenendo al congresso dell'American Academy of Dermatology appena concluso a Orlando, in Florida. E ha aggiunto: «I pazienti con psoriasi sono esposti a miliardi di molecole infiammatorie per un lunghissimo periodo di tempo; è inevitabile che questo produca degli effetti anche a livello dell'organismo». Analizzando il database dei dati sanitari della Gran Bretagna, il gruppo di ricerca di Gelfand ha scoperto che non solo gli psoriasici hanno un rischio maggiore della media di avere infarto, ictus, diabete, ma che questo rischio aumenta al crescere delle zone del corpo interessate dalle lesioni.

D'altronde le molecole infiammatorie prodotte dai linfociti impazziti nella psoriasi sono proprio quelle stesse che ritroviamo nella genesi di molte altre malattie infiammatorie: il fattore di necrosi tumorale alpha (TNF-alpha) e poi alcune interleuchine, come IL22, IL17, IL23, IL12, e tante altre. E proprio queste sono state scelte come bersaglio per lo sviluppo di terapie in grado di ridurre in maniera sostanziale il numero delle placche di chi soffre delle forme più gravi di malattia. «Nel trattamento della psoriasi non abbiamo ancora individuato dei marcatori che ci possano indicare quale paziente possa trarre maggior giovamento da una specifica terapia - sottolinea Ketty Peris, direttore della clinica dermatologica del Policlinico universitario Gemelli di Roma - ma la migliore conoscenza dei meccanismi immunitari ci permette di scegliere i farmaci che hanno un'azione sulle molecole più specifiche per la psoriasi, come IL17».

Le tante opzioni a disposizione dei pazienti fanno sì che ormai l'obietti- vo di avere una pelle "pulita" dalle placche non sia lontano da essere raggiunto. «I progressi compiuti dalla ricerca clinica hanno consentito un miglioramento della qualità di vita perché hanno aumentato le probabilità di avere una pelle quasi esente da lesioni - definita con il termine PASI90 - o addirittura del tutto esente - PA-SI100 », spiega Giampiero Girolomoni, ordinario di Dermatologia all'Università di Verona.

Inserito da segreteria SIDeMaST

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