Melanoma e vitamina D: siamo davvero costretti a scegliere?


04 luglio 2017 - 16:23Rassegna stampa


Che cos’è la vitamina D

Abbiamo un rapporto difficile con il sole. Ci piace abbronzarci, ma abbiamo paura dei tumori e dell’invecchiamento della pelle. Sappiamo che la vitamina D (ormone fondamentale per il funzionamento del metabolismo minerale e cardiovascolare e per le difese immunitarie) viene sintetizzata con i raggi ultravioletti B, ma facciamo una vita da “reclusi” - al di fuori delle vacanze estive -, spostandoci rapidamente da casa a ufficio e viceversa. Esiste un punto di equilibrio? «La vitamina D oggi viene considerata causa e rimedio di tutte le patologie croniche, ma studi conclusivi su quanta ne serve a un adulto sano non ce ne sono - spiega Maria Luisa Brandi, docente di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo all’Università di Firenze e direttore dell’Unità Operativa di Malattie del Metabolismo Minerale e Osseo dell’ospedale di Careggi -. Di certo sappiamo che stare una mezz’ora al giorno all’aperto, in tutte le stagioni, se possibile con testa, braccia e gambe scoperte, ci assicura un livello sufficiente di questo ormone fondamentale per l’assorbimento di calcio e fosfato a livello intestinale.

Negli ultimi anni si moltiplicano gli studi sul possibile ruolo della carenza di vitamina D nello sviluppo dei tumori e della sclerosi multipla, per esempio, ma più la conosciamo e più complicato si fa il puzzle».

I tumori della pelle

Estremizzando, sembra quasi di essere costretti a scegliere tra benefici del sole (inclusa la vitamina D) ma con rischio di tumori della pelle, o rinunciare ai primi per evitare i secondi. È davvero così? «Tra i tumori della pelle il melanoma è quello più complicato, perché oltre all’esposizione solare in sé entrano in gioco il numero di ustioni e i fattori genetici - dice Piergiacomo Calzavara Pinton, presidente della Società italiana di Dermatologia e Venereologia (SIDeMaST) e direttore Clinica dermatologica, Spedali Civili di Brescia -. Al contrario, il carcinoma spinocellulare (o spinalioma) e il suo precursore, la cheratosi attinica, dipendono strettamente da quanto stiamo al sole, anche senza scottarci. Per questo consiglio di proteggersi con una buona crema, da maggio a ottobre, soprattutto il viso, non solo per il rischio di tumori, ma anche per l’invecchiamento cutaneo. Per sintetizzare vitamina D va bene qualunque parte scoperta del corpo, e inoltre le scottature non sono utili per la produzione di questa vitamina. È fondamentale stare al sole, ma bisogna farlo ottenendo il massimo dei risultati e il minimo di eventi avversi».

Il sole sotto accusa

«Le campagne contro il melanoma hanno portato a criminalizzare il sole - dice Paolo Ascierto, direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori Pascale di Napoli -, ma negli ultimi anni è stato corretto il tiro: esporsi al sole è un bene, in giusta misura e con le dovute accortezze, evitando le scottature. Queste ultime, soprattutto se si verificano nell’infanzia e adolescenza, fanno aumentare le probabilità di melanoma. Sono le esposizioni intense e intermittenti a rappresentare un fattore di rischio per questo tumore, che ha però anche una componente genetica importante». I responsabili sono i raggi ultravioletti (Uv), sia di tipo A che di tipo B: ecco perché anche le lampade solari (che emanano raggi UvA) sono dannose e potenzialmente cancerogene. «Il melanoma è il tumore dei “colletti bianchi”, ovvero di chi trascorre gran parte dell’anno chiuso in ufficio e poi cerca di recuperare d’estate, prendendo sole in modo sregolato ed eccessivo - aggiunge Ascierto -. Mentre gli altri due tumori della pelle (basalioma e spinalioma) sono correlati allo stare costantemente al sole e sono frequenti in categorie che lavorano all’aperto, come marinai e agricoltori».

La crema solare

«L’unica difesa, sia dal melanoma che dagli altri tumori della pelle, è un’alta protezione solare (50+), che va messa sempre e rinnovata ogni 2 ore o dopo ogni bagno in mare - prosegue Ascierto -. Inoltre, per restare sui consigli pratici, è bene evitare l’esposizione al sole nelle ore centrali della giornata, tra le 12 e le 16. Un’attenzione particolare deve essere rivolta ai bambini, che vanno difesi con una crema ad alta protezione, meglio se con filtro fisico (biossido di titanio o ossido di zinco). Non bisogna però dimenticare i benefici dei raggi solari, per la sintesi di vitamina D, la crescita, ma anche per psoriasi e umore». Nei mesi caldi dunque dovremmo fare il «pieno» di sole e vitamina D, seppure con buon senso. «Il processo avviene grazie all’azione dei raggi ultravioletti B, associata a quella del calore, su parti esposte della nostra pelle - sottolinea Brandi -. Il mio consiglio è di esporsi al sole tutti i giorni una mezzora (evitando le ore centrali della giornata), senza crema solare».

A chi serve più vitamina D?

Chi deve assumere vitamina D? «La prescrizione è indicata nei bambini fino a 1 o 2 anni e dopo i 65 anni - spiega Maria Luisa Brandi, docente di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo all’Università di Firenze -. Non è invece consigliata in tutte le altre fasce di età, perché non ci sono studi sul livello minimo necessario negli adulti sani. I valori di vitamina D vengono calcolati con un esame del sangue, che andrebbe prescritto alle donne all’inizio di una gravidanza: se i valori sono bassi è bene prendere un supplemento di vitamina D soprattutto in vista del terzo trimestre, in cui si verifica un calo importante di calcio (con il rischio di fratture), come pure in allattamento. Purtroppo molti ginecologi non si pongono il problema. A parte le donne incinte e pochi altri casi (pazienti giovani con osteoporosi secondarie; bambini con malattie da malassorbimento o dello scheletro), l’esame del sangue non è consigliato. Sarebbero comunque utili studi che analizzino i livelli di vitamina D necessari agli adulti sani, che hanno un metabolismo diverso da bambini e anziani».

Purtroppo la dieta non aiuta. «Gli alimenti che contengono più vitamina D sono i pesci grassi e il fegato, in testa l’olio di fegato di merluzzo - prosegue l’esperta -. Sono stati fatti studi sulle popolazioni norvegese e giapponese, i massimi consumatori di pesce grasso. Nemmeno loro arrivano, con l’alimentazione, alla dose considerata ottimale di dieci microgrammi al giorno: non vanno oltre i sette».

Possibili danni al Dna

La pelle va comunque curata e difesa. «È la nostra barriera verso l’esterno, ecco perché i tumori cutanei sono i più frequenti in assoluto - conclude Ascierto -. L’eritema solare danneggia il Dna delle cellule dello strato superficiale della pelle e nel corpo resta il ricordo di questo trauma, che può tradursi in melanoma dopo anni. A mio avviso tutti dovrebbero usare protezioni alte, incluse le persone con pelle scura (fototipo mediterraneo) o già abbronzate. E non bisogna dimenticare che sotto l’ombrellone si crea un cono di raggi ultravioletti: quindi sì alla crema solare anche se si sta all’ombra, oppure si può ricorrere a indumenti anti-Uv, molto efficaci e utili, come magliette e cappelli».

Le lampade abbronzanti

In Italia negli ultimi 10 anni sono quasi raddoppiate le diagnosi di melanoma (nel 2006 erano poco più di 7mila, nel 2016 sono state 13.800) e i pazienti sono sempre più giovani: è il terzo tipo di cancro più comune nella popolazione con meno di 50 anni. I motivi? «Molto è dovuto alle cattive abitudini verso le radiazioni ultraviolette - risponde l’oncologo Paolo Ascierto -. Probabilmente iniziamo a vedere ora le conseguenze delle molte scottature giovanili prese dalle prime generazioni “amanti della tintarella”. Ancora troppi connazionali non hanno compreso i rischi legati alle lampade abbronzanti, che nel 2009 sono state catalogate fra i cancerogeni insieme al fumo». Il melanoma è il meno frequente ma più aggressivo dei tumori cutanei, mentre il più comune è il basalioma, che è anche il meno “pericoloso” (può però in alcune varianti ripresentarsi e richiedere asportazioni sempre più ampie).

Alcune indagini scientifiche mostrano che le ustioni provocate dalla scorretta esposizione ai raggi Uv (naturali e artificiali) possono danneggiare il nostro Dna e, sul lungo periodo, portare a modificazioni delle cellule che inducono lo sviluppo di un melanoma. «Questo tumore è però stato legato anche ad altri fattori ambientali e genetici - sottolinea Mario Santinami, direttore della Struttura Melanoma e Sarcoma all’Istituto Nazionale Tumori di Milano -. Infatti, avere una storia familiare di melanoma accresce la probabilità di sviluppare la malattia: chi ha un parente di primo grado (genitore, fratelli) a cui è stato diagnosticato questo tumore, presenta più del doppio delle probabilità di ammalarsi. E il 5–10% dei pazienti ha un familiare che ha avuto un melanoma».

Auto-analisi della pelle

Ogni 3-6 mesi sarebbe utile spendere pochi minuti del nostro tempo ad osservare attentamente la pelle, senza trascurare palmi di mani e piedi, schiena, cranio, ascelle, solco tra le natiche e genitali. «Bisogna fare attenzione a qualcosa di strano, diverso, che cambia colore o forma - spiega Mario Santinami, direttore della Struttura Melanoma e Sarcoma all’Istituto Nazionale Tumori di Milano -. Il segnale principale del melanoma è il cosiddetto “brutto anatroccolo”, in pratica un neo differente da tutti gli altri: facendo periodicamente un auto-controllo tutti possono riconoscere lesioni nuove o che si modificano e, se si hanno dubbi, chiedere il parere di un dermatologo. Gli esami per arrivare alla diagnosi (dermoscopia e, nei casi dubbi, microscopio laser confocale) ingrandiscono la lesione e impiegano dispositivi per “vedere” sotto la superficie cutanea e capire se è presente una lesione pre-cancerosa o un tumore».

Inserito da segreteria SIDeMaST

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